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Spese militari e democrazia

«Dobbiamo vigilare contro l’acquisizione di un’ingiustificata influenza da parte del complesso militare-industriale, sia palese che occulta. Non dobbiamo mai permettere che il peso di questa combinazione di poteri metta in pericolo le nostre libertà e processi democratici. Soltanto un popolo di cittadini allerta e consapevole può trovare un adeguato compromesso tra l’enorme macchina industriale e militare di difesa e i nostri metodi e fini pacifici, in modo che sicurezza e libertà possano prosperare assieme».

Presidente USA Dwight D. Eisenhower Discorso di addio alla nazione, 17 gennaio 1961

 

DEMOCRAZIA IN PERICOLO

Il presidente degli Stati Uniti generale Dwight Eisenhower, ex comandante delle forze alleate durate la seconda guerra mondiale e repubblicano non sospetto di simpatie antimilitariste, conosceva da vicino il potere di quello che lui definì il “complesso militare industriale” e la sua pericolosa capacità di influenzare le scelte economiche e anche politiche di una democrazia. Da qui il suo accorato appello affinché i cittadini e i loro rappresentanti politici vigilassero per evitare che gli interessi dell’industria militare e dell’apparato militare minacciassero la libertà dei processi democratici.

Una democrazia è in pericolo se non riesce a controllare l’influenza “sia palese che occulta” della macchina industriale e militare di difesa, correndo il rischio di finire con l’esserne controllata. Una macchina che, se lasciata operare senza limiti e senza controlli, riesce a far prevalere i suoi interessi (il profitto dei produttori di armamenti e il potere dei vertici militari) su quelli della collettività e a danno della collettività stessa (sovradimensionamento delle spese militari a danno di quelle civili, politiche militariste e interventiste che minacciano la pace, la sicurezza, il benessere e la libertà). La storia insegna come questi interessi siano stati più volte in grado di prevalere spingendo governi, anche democratici, a scatenare guerre inutili quanto catastrofiche per l’umanità, ma infinitamente profittevoli per l’industria bellica (e per il sistema bancario al quale, in ogni guerra, gli Stati sono costretti a fare ricorso).

L’antica massima romana “Si vis pacem, para bellum” (se vuoi la pace, prepara la guerra) si è sempre dimostrata falsa — non a caso l’antica Roma era perennemente in guerra. Preparasi alla guerra, aumentare le spese militari, armarsi fino ai denti, non favorisce la pace ma prepara inevitabilmente il terreno alla guerra stessa proprio perché distorce l’economia e la politica di una società civile, producendo un graduale e progressivo potenziamento di uno “strumento” nato per difendere la collettività (le forze armate e l’apparato industriale che le sostiene) fino a trasformarlo in un potere fine a se stesso che sfrutta strumentalmente la collettività stessa, le sue istituzioni democratiche, le sue risorse economiche, tecnico-scientifiche e umane.

L’apparato industriale militare rimane componente sana di un democrazia fintantoché produce e vende alle forze armate dello Stato quel tanto che i rappresentanti democratici della collettività reputano, in piena autonomia, necessario per mantenere un adeguato livello di prontezza ed efficienza dello strumento di difesa nazionale esercitando un attento controllo su questa delicatissima materia. Quando invece, con la complicità dei vertici militari (che quando sono in carica promuovono commesse per essere poi ricompensati dalle aziende con ricchi contratti di consulenza una volta lasciata la carica) e dei politici (eletti in collegi elettorali in cui hanno sede gli stabilimenti industriali militari o semplicemente corrotti), nasce una lobby militare-industriale capace di influenzare le decisioni istituzionali, di evitare controlli e avere carta bianca, di innesca una pericolosa distorsione del sistema democratico.

In Italia questa distorsione, inizialmente manifestatasi con Crispi a fine ‘800 (prime avventure belliche coloniali), rafforzatasi sul finire dell’eta giolittiana (guerra di Libia e prima guerra mondiale) e ancor più sotto il fascismo, sopravvisse nel dopoguerra nell’ambito della più generale distorsione democratica della “sovranità limitata” del nostro Paese durante la guerra fredda: le scelte in ambito miliare dipendevano dalle direttive provenienti da Washington e dalla NATO. Dopodiché, industria militare di Stato e Difesa ebbero mano libera sulle acquisizioni di armamenti, tanto più dalla fine degli anni ’80 con la delegificazione introdotta dalla legge Giacché (1) che sottraeva questa materia alla legiferazione ordinaria del Parlamento e l’affidava a decreti del Ministero della Difesa sottoposti, non obbligatoriamente, a semplici pareri delle commissioni Difesa. Nessun reale controllo, quindi, fino al cosiddetto “lodo Scanu” (2) inserito nella Riforma Di Paola delle forze armate del 2012, che ha attribuito alle commissioni Difesa una maggiore voce in capitolo in materia di procurement militare, introducendo la possibilità di bloccare un programma di acquisizione se giudicato incoerente con la panificazione pluriennale del Ministero già approvata dal Parlamento. Il suo primo effetto concreto, la sospensione del programma F-35 e l’avvio di un’indagine conoscitiva sui sistemi d’arma (3), fu accolto nel 2013 con fastidio dal mondo dell’industria militare e dai vertici della Difesa, al punto che il Consiglio Supremo di Difesa allora presieduto da Giorgio Napolitano emise una nota ufficiale in cui si ammoniva il Parlamento a non porre veti al governo su questa materia (4). Successivamente sono state presentate in Parlamento due proposte di legge: la legge Bolognesi (5) per introdurre maggiori controlli sul procurement con la creazione di un’autorità per la vigilanza sull’acquisizione dei sistemi d’arma analoga al GAO statunitense (6); e la legge Galli (7) per limitare il potere della lobby militare-industriale contrastando il fenomeno delle “porte girevoli” (8), cioè vietando alle aziende del comparto difesa di assumere generali in pensione come consulenti. Entrambi le proposte di legge, presentate nel 2013 e 2014, aspettano ancora di essere prese in esame.

“IN TEMPI DI ISIS…”

Per giustificare la necessità di maggiori investimenti nella Difesa e maggiori spese militari la politica ricorre agli argomenti che più fanno presa sull’opinione pubblica, spesso sull’onda di fatti di cronaca che creano paura, scalpore e indignazione. La lotta al terrorismo dopo un attentato dell’Isis, il controllo dell’immigrazione dopo l’affondamento di un barcone nel Mediterraneo, il contrasto alla criminalità dopo un grave fatto di cronaca nera. Tutte argomentazioni che, se obiettivamente analizzate, risultano non rispondenti alla realtà.

Affermare, ad esempio, che gli F-35 servono per combattere l’Isis (9) non solo è falso, ma è deleterio in termini di sicurezza nazionale perché andare a bombardare città e villaggi in Paesi islamici non fa altro che aizzare l’odio della galassia jihadista verso il Paese “aggressore”, dando fiato alla propaganda violenta “contro i crociati” e spingendo qualche fanatico a compiere attentati di ritorsione sul nostro territorio. Il terrorismo, come affermano tutti gli esperti del settore, non si combatte con le guerre e le bombe — che anzi lo alimentano — ma con un sistematico lavoro preventivo di intelligence che coinvolga attivamente le comunità islamiche presenti sul nostro territorio. Non è un caso che i più sanguinosi attacchi terroristici abbiano riguardato Paesi (come la Francia) impegnati da anni in operazioni militari “anti-terrorismo” all’estero, né il fatto che finora non si siano verificati attentati in Italia, Paese tradizionalmente meno aggressivo in termini militari nonostante la sua partecipazione “di bandiera” a molte missioni internazionali, e come tale percepito dall’universo jihadista.

Sostenere, per fare un altro esempio, che le nuove navi da guerra della Marina servono per soccorrere i profughi nel Mediterraneo o, peggio, per contrastare i flussi migratori, è falso. L’attività di soccorso in mare non richiede l’impiego di navi da guerra, almeno che non si vogliano prendere a cannonate i gommoni carichi di donne e bambini. Bastano navi appositamente attrezzate per il recupero in mare e il primo soccorso, coordinate da mezzi aerei e satellitari per il pattugliamento: in una parola, il tipo di mezzi aero-navali in dotazione alla Guardia Costiera, non a caso marginalizzata nelle operazioni in Mediterraneo (10). Al di là dell’aspetto umanitario, la cosiddetta “emergenza migratoria” (che emergenza non è, trattandosi di un fenomeno storico epocale che è solo l’inizio) non è certo risolvibile con l’impiego di mezzi militari, ma con una nuova strategia politica ed economica internazionale verso i Paesi di provenienza, basta sulla fine del sostegno a regimi autoritari o in stato di conflitto (stop a rapporti commerciali e alla vendita di armamenti) e su reali politiche di sviluppo verso nazioni ancora sfruttate dall’Occidente come serbatoi di risorse naturali, energetiche e di manodopera a basso costo.

L’impiego delle forze armate sul territorio nazionale in funzione di contrasto della criminalità (come per l’operazione “Strade Sicure”) rappresenta, infine, un’esplicita operazione di immagine e propaganda, per il semplice fatto che i militari che pattugliano strade, stazioni e aeroporti con blindati e armi da guerra non possono intervenire per contrastare una situazione di emergenza: possono farlo solo gli agenti di Polizia e i Carabinieri che li affiancano, addestrati e armati a questo scopo — si pensi a cosa succederebbe se i soldati si mettessero a sparare tra le folla con i loro fucili da assalto Beretta ARX160. La sempre più diffusa presenza di soldati e blindati nelle nostre città serve solo ad aumentare la cosiddetta “sicurezza percepita”, sottraendo ingenti risorse (120 milioni di euro nel 2017) che qualora fossero assegnate alla Polizia consentirebbero invece di aumentare la “sicurezza reale” dei cittadini (11).

La presente critica nei confronti delle argomentazioni cui la politica ricorre per giustificare le crescenti spese militari non è di natura ideologica. Non è in discussione che lo Stato debba investire risorse adeguate per mantenere operative ed efficienti le proprie forze armate. E’ discutibile che lo Stato investa in spese militari risorse sproporzionate rispetto alle esigenze di sicurezza nazionale e alle stesse capacità gestionali dello strumento militare, per ragioni non pubblicizzabili (profitti dell’industria bellica, privilegi della casta militare, vantaggi elettorali di politici, vincoli internazionali) e che quindi ricorra a false giustificazioni a effetto per ottenere il favore dell’opinione pubblica che, altrimenti, non avrebbe. Ancor peggio quando lo Stato non mente solo ai cittadini ma anche ai suoi rappresentanti ovvero quando i vertici della Difesa — come vedremo — per ottenere il consenso del Parlamento all’acquisto di nuovi armamenti forniscono informazioni false e tendenziose in merito alla loro natura (abusando della retorica del “dual use” militare/civile, al punto di spacciare portaerei per navi-ospedale), al beneficio economico che ne deriverebbe (ricadute occupazionali e ritorni economici esagerati) e alle quantità necessarie (gonfiando i numeri dei mezzi da sostituire). Pratiche che non avrebbero motivo di esistere se la Difesa chiedesse le risorse di cui ha realmente bisogno, se fosse consapevole che ciò che sta chiedendo è una concreta necessità.

Concludiamo queste considerazioni generali sulle esigenze di difesa con un breve accenno a un tema su cui MIL€X tornerà con appositi approfondimenti: quella della cyber-difesa. A fronte degli ingentissimi investimenti in programmi militari di difesa tradizionale, ovvero riguardanti la difesa terrestre, navale, aerea e spaziale, ancora minima appare l’attenzione, anche finanziaria, riservata alla difesa del futuro, ovvero quella inerente al cyber-spazio, recentemente riconosciuto ufficialmente dalla NATO come il quinto dominio della conflittualità (12). I conflitti che verranno si combatteranno sempre meno con carri armati, navi da guerra e cacciabombardieri, e sempre più con armi informatiche in grado di danneggiare o mettere in ginocchio un Paese colpendo con un click, invece che con le bombe, le sue reti informatiche da cui dipendono i servizi strategici (reti elettriche, idriche e  telecomunicazioni). Limitate azioni di cyber-war sono già state sperimentate negli ultimi anni: si pensi all’operazione “Olympic Games” avviata nel 2006 e culminata nel 2009-2010 con gli attacchi informatici israelo-americani contro le centrali nucleari iraniane con il malware Stuxnet, o all’offensiva informatica tramite Distributed denial-of-service (DDoS), attribuita alla Russia, che nel 2007 ha messo fuori uso tutti i siti governativi e istituzionali estoni. Per non parlare degli innumerevoli casi di attacchi minori a scopo di spionaggio militar-industriale, boicottaggio commerciale, finanziario e politico. Non solo gli Stati, ma anche i gruppi terroristici fanno sempre più ricorso al cyber-spazio, per ora solo a scopo organizzativo (uso del deep-web per il rifornimento di armi ed esplosivi, reclutamento e comunicazione), ma è facile prevedere che presto lo utilizzeranno anche  come strumento di attacco.

La Difesa italiana si è mossa in questa direzione riconoscendo nel Libro Bianco la “centralità delle reti informatiche”:

«La particolare dipendenza dell’Occidente da un sistema di reti informatiche che sia funzionante, sicuro e resiliente comporta l’affermazione di un nuovo dominio operativo, quello cibernetico, che dovrà essere presidiato e difeso. Gli effetti di attacchi cibernetici alle reti o ai servizi informatici possono essere particolarmente  distruttivi  per i Paesi  occidentali e, se di successo, comportare effetti sulla società paragonabili a quelli di un conflitto combattuto con armi convenzionali».

Prevedendo, quindi, che “il futuro sarà contraddistinto” da nuove minacce e da conseguenti operazioni volte a garantire anche “la possibilità di accesso e sfruttamento dello spazio e del dominio cibernetico”, la Difesa ha riconosciuto la necessità di creare una struttura militare specifica, ovvero un Comando interforze per le operazioni cibernetiche (CIOC) (13) che avrà capacità sia difensive che offensive. Il comando, attualmente in fase di attivazione con la formazione di un primo nucleo operativo, assorbirà le funzioni operative attualmente svolte dal Technical center del Computer emergency response team (CERT) Difesa che oggi fa parte del Comando C4 (comando, controllo, comunicazioni e computer). Inoltre, come spiegato dal capitano di vascello Maurizio La Puca (14), membro del costituendo comando, il CIOC “si integrerà completamente con la struttura organizzativa di difesa cyber nazionale”, quindi con il CERT nazionale e con quello per la pubblica amministrazione (preposto a tutelare la sicurezza delle infrastrutture dei Dicasteri e, quindi, delle Istituzioni dello Stato) e con il Centro anticrimine informatico per la protezione delle infrastrutture critiche (CNAIPIC) della Polizia postale.

Le risorse finanziarie destinate a rendere operativa una seria struttura di cyber-defense sono ancora molto limitate e soprattutto incanalate in ambito di intelligence civile, piuttosto che di struttura militare. Lo stanziamento 2016 di 150 milioni (15) per la cyber-sicurezza nazionale — un una tantum non confermato per il 2017 — è destinato per un decimo al CNAIPIC della Polizia postale, e gli altri 135 milioni al Sistema di informazione per la Sicurezza della Repubblica, vale a dire ai servizi segreti (AISE, AISI e DIS (16)), per impieghi decisi dal Comitato di analisi strategica antiterrorismo (CASA) del Ministero dell’Interno guidato da Lamberto Giannin, capo della “polizia politica”, cioè la Direzione centrale della polizia di prevenzione (DCPP ex UCIGOS). Non è dato sapere come questi soldi verranno impiegati, poiché il DIS ha spiegato che “le informazioni relative a entrambi i tipi di interventi sono coperte da riservatezza” (17). Sembra comunque evidente che questo finanziamento abbia poco a che vedere con la creazione del nuovo cyber-comando militare.

DARE I NUMERI

«Sulla Difesa non si può più tagliare, dopo che negli ultimi dieci anni le risorse a disposizione sono state ridotte del 27 per cento. Tutto quello che si doveva tagliare si è tagliato, ma ora sul capitolo Difesa è venuto il momento di tornare ad investire».

Questa recente dichiarazione pubblica del ministro della Difesa, Roberta Pinotti (18), descrive una situazione discrepante rispetto a quella che emerge dai bilanci del suo stesso Ministero, che per il periodo di riferimento (19) mostrano non un taglio bensì un aumento delle risorse del 7 per cento (da 19 a 20,3 miliardi) (20) in sostanziale costanza del rapporto budget Difesa/PIL (1,28-1,25 per cento) — dato, quest’ultimo, indicativo della volontà politica di destinare alla Difesa una porzione fissa della ricchezza nazionale.

Pochi mesi prima, una nota ufficiale del ministro Pinotti (21) smentiva addirittura la NATO, che nel suo ultimo rapporto annuale sulle spese militari dei Paesi membri (22) evidenziava un aumento della spesa per l’Italia tra il 2015 e il 2016:

«In relazione alle stime diffuse dalla Nato circa la spesa militare italiana è evidente che non c’è stato alcun aumento nel 2016 rispetto al 2015».

L’evidenza dei dati ufficiali dello stesso Ministero della Difesa (23) mostra in realtà un aumento del 3,2 per cento nel 2016 (20 miliardi) rispetto al budget 2015 (19,4 miliardi) e anche un lieve aumento in termini percentuali sul PIL (da 1,18 a 1,21 per cento).

Tutto ciò testimonia quanto sia necessario fare chiarezza sulla reale entità e dinamica delle spese militari italiane, certamente non facili da quantificare come dimostra la varietà di stime prodotte dalle principali organizzazioni e istituti internazionali che si occupano del tema come il SIPRI (24), la NATO (25), l’ONU (26), l’OCSE (27) e l’IISS, Istituto internazionale di studi strategici di Londra (28). Ognuna di queste organizzazioni adotta definizioni e metodi di calcolo diversi tra loro, allo scopo di rendere confrontabili le spese militari di tutti i Paesi del mondo, che però risultano inevitabilmente poco precise nel rispecchiare la complessità e le peculiarità delle singole realtà nazionali, tanto più quelle dell’Italia. Nel nostro Paese, infatti, la spesa militare non comprende solo il budget del Ministero della Difesa (nel quale rientrano anche spese non legate alla “difesa” intesa come categoria funzionale) ma anche una seria di altre ingenti spese a carico di altri ministeri ed enti pubblici e di non facile computazione. Obiettivo di MIL€X è fornire all’opinione pubblica e agli addetti ai lavori un quadro preciso e dettagliato — scevro da qualsiasi influenza e pregiudiziale ideologica — di quelle che sono tutte le spese militari del nostro Paese. Attenendosi ai princìpi di obiettività scientifica e neutralità politica, abbiamo condotto un’approfondita e rigorosa analisi documentale e contabile, elaborando un inedito metodo di calcolo della spesa militare italiana in grado di rappresentare nel modo più corretto ed esaustivo possibile il complesso groviglio della spesa pubblica destinata annualmente al settore militare nazionale. Un metodo che intendiamo migliorare e raffinare ulteriormente, facendo tesoro di ogni contributo critico e costruttivo che riceveremo.

 

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NOTE

1 http://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:1988-10-04;436
2 Dal nome del deputato Gian Piero Scanu, promotore del comma 2 dell’articolo 4 della Riforma Di Paola (http://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:2012-12-31;244)
3 Mozione 1-00125 approvata alla Camera il 26 giugno 2013 (http://aic.camera.it/aic/scheda.html? core=aic&numero=1/00125&ramo=CAMERA&leg=17&testo=1%2000125) e mozione 1-00107 approvata in Senato il 16 luglio 2013 (http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=Sindisp&leg=17&id=705978)
4 http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/07/03/consiglio-supremo-di-difesa-parlamento-non-puo-porre-veto-su-acquisto-di- f35/644992/
5 Dal nome del deputato Paolo Bolognesi, primo firmatario della proposta di legge (http://www.camera.it/_dati/leg17/lavori/ stampati/pdf/17PDL0019291.pdf)
6 Government Accountability Office (http://www.gao.gov/about): sezione investigativa del Congresso degli Stati Uniti d’America che monitora e sottopone al vaglio come il governo spende i soldi dei contribuenti americani.
7 Dal nome del deputato Carlo Galli, primo firmatario della proposta di legge (http://www.camera.it/_dati/leg17/lavori/ stampati/pdf/17PDL0023990.pdf)
8 Espressione mutuata dal gergo politico statunitense (revolving doors) che indica il disinvolto travaso di persone tra incarichi incompatibili fra loro per palese conflitto di interessi, in particolare tra funzioni pubbliche e settore privato.
9 http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/05/27/f35-pinotti-ammette-gia-spesi-35-miliardi-ma-niente-critiche-ce-in-giro-lisis/ 376781/
10 http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/10/18/mare-nostrum-guardia-costiera-fatti-piu-in/748105/
11 http://www.siulp.it/operazione-strade-sicure-comunicato-congiunto-siulp-e-sap.html
12 http://www.nato.int/cps/en/natohq/official_texts_133177.htm?selectedLocale=en
13 http://www.difesa.it/Protocollo/AOO_Difesa/SMD/Pagine/SCIOC.aspx
14 http://formiche.net/2016/06/23/difesa-cyber-security/
15 Cfr. comma 965 della Legge di Stabilità 2016 (http://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2015/12/30/15G00222/sg)
16 Agenzia informazioni e sicurezza esterna (ex SISMI), Agenzia informazioni e sicurezza interna (ex SISDE), coordinati dal Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (nato nel 2007).
17 Cfr. allegato 2 pag. 58 risposta a interrogazione del ministro dell’Interno, Angelino Alfano (http://documenti.camera.it/leg17/resoconti/commissioni/bollettini/pdf/2016/10/26/leg.17.bol0714.data20161026.com01.pdf).
18 http://www.askanews.it/economia/l-stabilita-pinotti-sulla-difesa-non-si-puo-piu-tagliare_711901052.htm
19 La dichiarazione del ministro, fatta il 22 settembre 2016, si basa su stime dell’Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma (SIPRI) riferite al decennio 2005-2014 e successivamente riviste (https://www.sipri.org/sites/default/files/files/ FS/SIPRIFS1504.pdf).
20 Si considera il dato a valori correnti, espressione della decisione politica fatta anno per anno dal governo in sede di redazione della Legge di Bilancio. Considerando il dato in valori costanti, espressione della svalutazione inflazionistica e quindi di un fenomeno economico generale non di una decisione politica, nel decennio preso in considerazione si registra una perdita di valore reale del budget del 7 per cento, comunque pari a un quarto rispetto al dato diffuso dal ministro Pinotti
21 http://www.difesa.it/Il_Ministro/Comunicati/Pagine/PI%C3%99-TRASPARENTE-IL-BILANCIO.aspx
22 http://www.nato.int/nato_static_fl2014/assets/pdf/pdf_2016_07/20160704_160704-pr2016-116.pdf
23 Pagina I-55 del Documenti Programmatico Pluriennale per la Difesa 2016 (http://www.difesa.it/Content/Documents/DPP/DPP_2016_2018.pdf).
24 https://www.sipri.org/research/armament-and-disarmament/arms-transfers-and-military-spending/military-expenditure
25 www.nato.int/cps/en/natohq/topics_49198.htm

26 https://www.un.org/disarmament/convarms/milex/
27 https://stats.oecd.org/Index.aspx?DataSetCode=SNA_TABLE11
28 https://www.iiss.org/en/publications/military-s-balance
29
• SIPRI: “Tutte le spese in conto corrente e capitale relative a: forze armate (incluse forze per missioni di peace keeping), Ministero della Difesa e altri ministeri interessati a progetti di difesa, forze di polizia militari (quando addestrate, equipaggiate e impiegabili in operazioni militari), attività spaziali militari. Sono incluse le spese per il personale (dipendenti militari e civili, pensioni del personale militare a riposo, servizi sociali per il personale militare e per le loro famiglie), esercizio e manutenzione, procurement, ricerca e sviluppo militari, costruzioni militari, aiuti militari. Sono escluse le spese per la difesa civile e per attività militari precedenti (benefit reduci, smobilitazione, riconversioni industrie belliche, distruzione armi)” (https://www.sipri.org/databases/milex/definitions)
• NATO: “Pagamenti disposti dal governo nazionale per venire incontro alle necessità delle sue forze armate e quelle alleate. Componente principale della spesa militare sono le spese per le forze armate finanziate con budget del Ministero della Difesa. Le forze armate includono forze terrestri, marittime e aeree, così come formazioni interforze come amministrazioni e comandi, forze operazioni speciali, servizi medici, comandi logistici, ecc. Esse possono includere anche altre forze come truppe del Ministero dell’Interno, guardie di frontiera, polizia nazionale, guardie doganali, gendarmeria, carabinieri, guardia costiera, ecc. In tal caso, le spese devono essere incluse solo in proporzione alle forze che sono addestrate in tattica militare, che sono equipaggiate come forza militare, che possono operare in dispiegamento direttamente sotto comando militare e che possono, realisticamente, essere dispiegate fuori dal territorio nazionale a supporto di una forza militare. Sono anche incluse tra le spese militari anche quelle per tali forze finanziate con budget di ministeri diversi da quello della Difesa. Il pagamento delle pensioni erogato direttamente dal governo al personale militare e civile a riposo deve essere incluso a prescindere dal fatto che tali pagamenti vengano fatti con budget del Ministero della Difesa o di altri ministeri. Sono incluse nelle spese militari quelle per le missioni di peacekeeping e umanitarie (pagate dal Ministero della Difesa o da altri ministeri), la distruzione di armi, equipaggiamenti e munizioni, e i costi associati all’ispezione e al controllo della distruzione di equipaggiamenti. Anche i costi di ricerca e sviluppo (R&D) vanno inclusi nelle spese per la difesa. I costi di R&D Devon comprendere anche quelli per progetti che non hanno condotto alla produzione di equipaggiamenti. Le spese per la componente militare di attività miste civili-militari sono incluse, ma solo quando tale componente militare può essere specificamente quantificata o stimata. L’assistenza finanziaria di un paese Alleato ad un altro, specificamente a sostegno dello sforzo di difesa del recipiente, devono essere incluse nelle spese militari del paese donatore e non in quelle del paese ricevente. Le spese per infrastrutture comuni NATO sono incluse nelle spese militari totali di ogni paese NATO solo in misura del suo contributo netto. I pagamenti di danni di guerra e la spesa per la difesa civile sono entrambe escluse dalla definizione NATO di spese militari”. (http://www.nato.int/nato_static_fl2014/assets/pdf/ pdf_2016_07/20160704_160704-pr2016-116.pdf#10)
• ONU: “I rapporto ONU sulle spese militari si basano su un sistema di rapporto standardizzato su una matrice di 11 colonne rappresentanti i gruppi delle forze principali (forze strategiche, terrestri, navali e aeree e altre forze militari che, per struttura, equipaggiamento e missione sono in grado di condurre operazioni militari) e spese militari ausiliarie come l’assistenza militare, le missioni di peacekeeping ONU e umanitarie, e 4 categorie principali di costi (personale, esercizio e manutenzione, investimenti in procurement e costruzioni, ricerca e sviluppo)”. (http://www.un-arm.org/MilEx/ WhatToReport.aspx)

 

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