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È possibile aumentare la trasparenza internazionale sulle spese militari

Nel “Rapporto Mil€x 2018” abbiamo ospitati alcune analisi di esperti del SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute) tratte dagli articoli  “Increased international transparency in military spending is possible” di Nan Tian e Pieter D. Wezeman – “The opportunity cost of world military spending” di Sam Perlo-Freeman. Le riproponiamo anche sul nostro sito

Il 20 ottobre 2017 il Primo Comitato dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha discusso la relazione annuale del Segretario generale delle Nazioni Unite contenente i dati sulle spese militari presentati dagli Stati membri delle Nazioni Unite. In linea con la tendenza osservata negli ultimi anni, il numero di Stati membri delle Nazioni Unite che hanno partecipato al processo di rendicontazione per il 2017 è stato relativamente basso. Tuttavia, l’analisi del SIPRI indica che molti stati membri non partecipanti, compresi i paesi dell’Africa sub-sahariana, ora diffondono gran parte dei dati rilevanti liberamente nel pubblico dominio. Pertanto, la sfida per il Primo Comitato è quella di incoraggiare gli Stati membri a presentare questi dati direttamente all’ONU.

Bassi livelli di segnalazione

Il rapporto annuale del Segretario generale delle Nazioni Unite viene pubblicato sin dal 1981. Il meccanismo di segnalazione è stato creato dopo un accordo tra gli Stati membri che ritenevano la condivisione di informazioni sulla spesa militare un’utile misura di rafforzamento della fiducia reciproca, con aumento della prevedibilità delle attività militari e riduzione del rischio di conflitto militare e mossa capace di sensibilizzare l’opinione pubblica sulle questioni relative al disarmo.
Tuttavia i bassi livelli di partecipazione sono stati un problema fin da subito, con peggioramento negli ultimi anni. La partecipazione al processo di segnalazione è diminuita dai livelli annuali di partecipazione di una media del 40% degli Stati membri delle Nazioni Unite nel periodo 2002-2008 al 25% nel 2012-16. Complessivamente solo 49 dei 193 stati membri hanno presentato relazioni nel 2016. Nel 2017 il Segretariato delle Nazioni Unite ha ricevuto in tempo per essere inclusi nella relazione 2017 documentazioni solo da 41 Governi. Come negli anni precedenti, si prevede che alcuni altri Stati riferiranno in seguito.

Il funzionamento del meccanismo di segnalazione è stato oggetto di discussioni da parte di un gruppo di esperti governativi delle Nazioni Unite (GGE), che si è riunito per un totale di tre settimane nel 2016-17. Il GGE ha osservato che le cause del basso livello di partecipazione al meccanismo di segnalazione dovrebbero essere stabilite attraverso uno studio empirico. Nondimeno, il GGE ha suggerito un numero di possibili cause, tra cui:

difficoltà di rendicontazione per i funzionari governativi coinvolti negli strumenti internazionali di rafforzamento della fiducia;
mancanza di fiducia nelle informazioni fornite al sistema internazionale;
mancanza di benefici percepiti, in particolare quando le informazioni del governo sono rese disponibili altrove nel pubblico dominio;
preoccupazioni persistenti sulla sensibilità dei dati.

Il basso livello di partecipazione è tanto più notevole se si considera che il SIPRI ha basato le proprie cifre di spesa militare per il 2016 su documenti governativi riferiti a 148 paesi, la maggior parte dei quali sono di dominio pubblico.

Il caso dell’Africa sub-sahariana

I documenti pubblicati delle Nazioni Unite mostrano che, al settembre 2017, nessun paese dell’Africa subsahariana aveva presentato all’ONU un rapporto annuale sulle proprie spese militari, similmente al 2016. Tuttavia, mentre non partecipano alle rendicontazioni a livello internazionale, molti Paesi dell’Africa subsahariana rendono disponibile a livello nazionale un numero considerevole delle loro relazioni di bilancio. Il SIPRI monitora queste segnalazioni e negli ultimi anni ha riscontrato notevoli miglioramenti per la trasparenza in particolare in termini di disponibilità, accuratezza, affidabilità, facilità di accesso e livello di disaggregazione.

Disponibilità

Solo cinque dei paesi dell’Africa subsahariana non erano inclusi nelle informazioni sulle spese militari nella banca dati SIPRI per l’anno solare 2016 (47 dei 49 paesi dell’Africa sub-sahariana sono attualmente inclusi nel database). Una situazione ben lontana dalla totale assenza di comunicazioni alle Nazioni Unite per quello stesso anno.
Le ricerche del SIPRI mostrano che per il periodo 2012-2016 solo due paesi (Etiopia e Guinea Equatoriale) non hanno fornito documenti di bilancio ufficiali del Governo.

Facilità di accesso

La facilità di accesso alle informazioni di bilancio pertinenti è essenziale per una reale trasparenza delle spese militari. Dei 49 paesi dell’Africa sub-sahariana, 34 hanno documenti di bilancio ufficiali pubblicati sui siti web del Ministero delle Finanze, mentre 8 paesi non hanno informazioni sui loro rispettivi siti governativi e 7 non hanno un sito web ufficiale del Ministero delle Finanze .
I siti dei Ministeri delle Finanze dei 34 paesi dell’Africa subsahariana in cui sono pubblicate le informazioni di bilancio sono generalmente facili da navigare, seguono un ordine logico di accesso alle informazioni e non impongono restrizioni sul download dei documenti di bilancio. Tuttavia, i problemi sorgono nel caso di Paesi che non dispongono di informazioni sul proprio sito Web MOF. Nella maggior parte di questi Paesi, problemi quali la scarsa progettazione del sito web (facilità di navigazione) e bassi livelli di capacità della tecnologia Internet (ad esempio collegamenti interrotti o siti web mal gestiti) ostacolano l’accessibilità pubblica. Vi sono numerosi esempi in cui i Governi hanno annunciato il rilascio di documenti di bilancio, ma a causa di problemi di capacità del sito Web o di Internet i documenti sono inaccessibili (ad esempio, Botswana e Gambia).

Disaggregazione

La disaggregazione delle informazioni suddivide la spesa militare in diversi e più dettagliati elementi che offrono un quadro più preciso dell’assegnazione delle risorse all’interno del settore militare. Indicare che la spesa non è in linea con la politica nazionale può essere il primo avvertimento di una possibile cattiva gestione delle risorse o di corruzione. Al contrario, la spesa che è in linea con la politica di difesa di un Paese è un chiaro segnale di rafforzamento della fiducia a livello nazionale e regionale.
Al momento della stesura, dei paesi dell’Africa sub-sahariana per i quali sono disponibili informazioni sulle spese militari per il periodo 2012-2016, un totale di 31 ha fornito bilanci disaggregati. Mentre 16 non hanno fornito alcuna disaggregazione del loro bilancio militare.

L’esempio dell’Africa sub-sahariana mostra che è possibile una trasparenza internazionale nella spesa militare. Una notevole quantità di informazioni pertinenti esiste nelle relazioni nazionali disponibili al pubblico. Il SIPRI ha osservato enormi miglioramenti nella trasparenza del settore militare negli ultimi cinque anni. Il numero di documenti di politica pubblica di difesa o di “Libri Bianchi” continua a crescere e le informazioni di bilancio utili ora stanno anche diventando più prontamente disponibili.
È auspicabile che l’esistenza di ampie e rilevanti informazioni di bilancio di dominio pubblico sia evidenziata durante le discussioni del Primo Comitato. La sfida per il Primo Comitato è incoraggiare gli Stati membri a presentare questi dati all’ONU. Ciò che risulta chiaro dall’analisi di SIPRI è che la mancanza di partecipazione degli Stati membri nel processo di segnalazione non è correlata alla disponibilità o alla sensibilità delle informazioni. Poiché gli Stati già segnalano tali informazioni a livello nazionale, in alcuni casi in modo dettagliato, devono essere offerti incentivi per questi stati membri affinché riferiscano anche all’ONU.

I vantaggi della trasparenza nel settore militare sono ben noti; pertanto, le discussioni sulla scarsa partecipazione devono concentrarsi sui problemi di difficoltà nell’inviare dati, sulla percepita mancanza di pertinenza e sulle risorse richieste (umane e finanziarie) in modo da dimostrare che i benefici della trasparenza collettiva superano il piccolo sforzo necessario per presentare ad un livello internazionale informazioni già disponibili.

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I livelli elevanti di spesa militare mondiale sollevano spesso preoccupazioni riguardo al “costo di opportunità” implicito in tali fondi: i potenziali usi civili di tali risorse che vengono persi.

Un modo per mettere questa situazione in prospettiva è confrontarla con la spesa sociale. Possiamo ad esempio considerare che tipo di impatti si potrebbero avere se tali fondi fossero destinati ad altri usi specifici. In particolare: fino a che punto tali fondi potrebbero incidere nel raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo sostenibile (SDG) delle Nazioni Unite?

Per confrontare le spese militari e sanitarie in tutto il mondo, abbiamo bisogno di dati affidabili. Per i dati militari, utilizziamo gli ultimi dati dal database del SIPRI. Per i dati sulla salute, utilizziamo le stime più recenti dell’Organizzazione mondiale della sanità sulla spesa sanitaria pubblica in percentuale del PIL. Ciò include la spesa a tutti i livelli di governo: centrale, federale, regionale, municipale, ecc. Ciò è necessario per fare raffronti significativi, poiché in alcuni Paesi la grande maggioranza della spesa sanitaria ha luogo a livelli inferiori a quelli del governo centrale.

Obiettivi di sviluppo sostenibile

Livelli elevati di spesa militare sono spesso identificati dagli attivisti della società civile come una delle principali fonti di risorse sprecate che potrebbero altrimenti essere indirizzate verso bisogni umani. La Global Campaign on Military Spending (GCOMS), ad esempio, ha chiesto una riduzione globale del 10% delle spese militari, con risorse dirottate a fini di sviluppo. Su una scala più modesta, il presidente del Kazakistan Nursultan Nazarbayev ha chiesto a tutti i Paesi di donare l’1% delle loro spese militari al Fondo speciale per lo sviluppo globale delle Nazioni Unite.

Nel 2015 le Nazioni Unite hanno concordato una serie di 17 nuovi Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDG) come successori degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio. Molti di questi richiederebbero ingenti investimenti finanziari, sia da parte dei Paesi in via di sviluppo che dei paesi donatori, nonché da cambiamenti politici e sociali. Fino a che punto i tagli alle spese militari mondiali potrebbero andare a raggiungere alcuni degli SDG, se le risorse liberate fossero dedicate a questi obiettivi? Ecco alcuni esempi, con le stime rispetto all’attuale livello di spesa militare.

Secondo un rapporto dell’OCSE del 2015 sulla finanza climatica, un certo numero di Paesi sviluppati ad alto reddito si sono impegnati a portare aiuti ai Paesi in via di sviluppo a 100 miliardi di dollari all’anno entro il 2020 per finanziare la tecnologia verde e contribuire ad affrontare le conseguenze dei cambiamenti climatici (SDG 13). Ciò equivale all’8,3% delle spese militari dei paesi sviluppati ad alto reddito nel 2015.

Un rapporto del 2015 dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura suggerisce che l’eliminazione della povertà estrema e della fame in modo sostenibile entro il 2030 (SDG 1 e 2) richiederebbe in media una stima aggiuntiva di 265 miliardi di dollari l’anno (prezzi 2013). Tra questi, circa 89-147 miliardi di dollari dovrebbero provenire da finanziamenti pubblici, ponendo il fabbisogno annuo totale di spesa pubblica a 156-214 miliardi (prezzi 2013). Ciò ammonta al 9,5-13% delle spese militari globali nel 2015.

La relazione 2015 sull’insegnamento globale per l’istruzione per tutti ha rilevato che fornire un’istruzione primaria e secondaria di qualità adeguata entro il 2030 (SDG 4) richiederebbe ulteriori 239 miliardi di dollari all’anno di spesa (prezzi 2012). Gran parte di questo fabbisogno potrebbe provenire dalle risorse interne dei Paesi, con i paesi donatori a fornire il resto. L’esatto importo che i paesi donatori dovrebbero fornire dipende dalla spesa per l’istruzione dei paesi a basso e medio reddito nei prossimi 15 anni. Se la spesa per l’istruzione in percentuale del PIL continuerà ad aumentare nel 2015-2030, il rapporto calcola in media 22 miliardi di dollari ogni anno. Se la spesa per l’istruzione in percentuale del PIL si attesterà solo ai livelli attuali, l’importo richiesto aumenta a 52,5 miliardi di dollari l’anno. Equivalenti al 3,2% della spesa militare globale nel 2015.
 
Un rapporto del 2015 della Rete di soluzioni per lo sviluppo sostenibile ha rilevato che il raggiungimento degli SDG in salute, istruzione, agricoltura e sicurezza alimentare, accesso all’energia moderna, approvvigionamento idrico e servizi igienico-sanitari, telecomunicazioni e infrastrutture di trasporto, ecosistemi e risposta alle emergenze e lavoro umanitario (SDG 2 , 3, 4, 6, 7, 9, 11, 13, 14 e 15), comprese somme aggiuntive per consentire la mitigazione e l’adattamento ai cambiamenti climatici, richiederebbero ulteriori spese da 760 a 885 miliardi di dollari l’anno tra il 2015 e il 2030 (Prezzi 2013). Ciò equivale al 46-54% delle spese militari mondiali nel 2015.

 
Riallocare solo circa il 10% delle spese militari mondiali sarebbe quindi sufficiente per ottenere importanti progressi su alcuni importanti Obiettivi di sviluppo sostenibile SDG, supponendo che tali fondi possano essere effettivamente incanalati verso questi obiettivi e che si possano superare ostacoli importanti, come la corruzione e i conflitti.

Certo, non è facile convincere i Paesi ad accettare riduzioni delle spese militari, specialmente in un momento in cui le tensioni globali sono aumentate. Come sarebbero distribuiti questi tagli? Ci si aspetterebbe di più dalle maggiori potenze? In che modo reagirebbero a una simile proposta i Paesi che si considerano in una situazione vulnerabile? Nondimeno, gli esempi di cui sopra danno un’idea dei vasti costi di opportunità coinvolti negli attuali livelli di spesa militare mondiale.

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